In questa seconda parte del nostro progetto dedicato alla Basilica di Santa Maria Maggiore in Città Alta (BG) ci soffermeremo invece sui suoi interni, ricchissimi di opere d’arte e di dettagli tutti da scoprire.
Interni
L’interno della basilica conserva l’impianto romanico a croce greca, con tre navate divise da pilastri che terminano nell’abside. Ma, al di là dei meri dati tecnici, ciò che subito rapisce lo sguardo è la stupefacente volta, ricchissima di dettagli e di stucchi, quasi impossibile da decifrare senza soffermarsi a osservarla con attenzione.
La decorazione venne realizzata nella seconda metà del XVII secolo dallo stuccatore Giovanni Angelo Sala insieme al figlio Gerolamo, nel pieno della stagione barocca. I lavori eseguiti dalla loro bottega per la basilica sono davvero numerosissimi e spaziano dalle decorazioni minori alle grandi statue raffiguranti angeli e profeti, distribuite lungo i diversi spazi della chiesa.
Si può dire con certezza che, senza la bottega della famiglia Sala, l’interno della basilica non avrebbe oggi lo stesso aspetto. Una curiosità: i Sala erano originari del Canton Ticino, terra che proprio in quell’epoca aveva dato i natali ad alcuni dei più importanti protagonisti dell’architettura barocca, come Carlo Maderno e Francesco Borromini. Chissà che proprio quel vivace ambiente artistico non abbia influenzato anche il lavoro della famiglia Sala.
Crocifisso
Già presente all’interno della basilica intorno alla metà del XIV secolo era invece il suggestivo Crocifisso ligneo, impossibile da non notare perché sospeso tra la zona del transetto e quella presbiteriale.
La sua storia è davvero particolare. Era la primavera del 1350 e una signora bergamasca, vedova, senza figli e non più giovanissima, si accingeva a intraprendere un pellegrinaggio verso Roma. Non c’era certo la Frecciarossa: raggiungere la Città Eterna era una vera e propria impresa, ricca di difficoltà e insidie. Per questo motivo, come facevano molti altri pellegrini prima di partire, la donna fece testamento.
Si chiamava Belfiore. Nel suo testamento dispose che una cospicua somma di denaro fosse utilizzata affinché venisse scolpito e dipinto un grande crocifisso da collocare sopra l’altare di Santa Maria Maggiore, una delle più importanti chiese cittadine.
Il manufatto è realizzato in legno cavo e ricoperto da una tinta color avorio, con punti di rosso acceso destinati a rappresentare il sangue rappreso del martirio. Per accentuare ulteriormente l’effetto delle piaghe e dello spasimo, le braccia presentano inserti in cuoio che, agli occhi dell’osservatore, sembrano lembi di pelle che si staccano dalle membra.
Il volto appare profondamente sofferente, con la bocca aperta e la lingua visibile, quasi alla ricerca di un ultimo respiro nell’agonia, mentre i piedi sono tesi nello spasimo del dolore.
Il Crocifisso presenta quindi un linguaggio vicino all’espressionismo di area tedesca nelle linee dure e marcate del volto e delle membra, mentre nel perizoma, che avvolge più dolcemente il corpo, emergono caratteri riconducibili alla tradizione padana. Si crea così una sorta di osmosi tra culture artistiche differenti, forse riconducibile all’incontro tra maestranze bergamasche e artisti provenienti dall’area germanica.
Le fattezze non sono del tutto armoniche né propriamente classiche. È un Gesù dalla testa molto grande, dal viso forte e arcaico, capace però di andare oltre i canoni estetici e di toccare profondamente i fedeli, suscitando fin da subito una forte devozione, forse proprio grazie alla straordinaria sofferenza che riesce a trasmettere.
Lungo le pareti e sui pilastri sono appesi numerosi arazzi, in parte eseguiti a Firenze tra il 1583 e il 1586 su disegno di Alessandro Allori e in parte di manifattura fiamminga, risalenti ai secoli XVI e XVII, che rappresentano scene della vita di Maria.
Sopra l’arazzo raffigurante la Crocifissione, eseguito ad Anversa nel 1698 su cartoni di Ludwig van Schoor, si trova il dipinto di Luca Giordano raffigurante il Passaggio del Mar Rosso.
A sinistra dell’ingresso si trova invece il monumento sepolcrale del cardinale Guglielmo Longhi, opera di Ugo da Campione, realizzata tra il 1319 e il 1320.
Monumento e Gaetano Donizetti
Sulla parete di fondo si trovano il monumento funebre a Gaetano Donizetti, imponente opera dello scultore Vincenzo Vela, e quello dedicato a Simone Mayr, maestro di Donizetti e già maestro di cappella nella stessa basilica. Fu proprio Mayr a permettere al giovane Donizetti di proseguire gli studi e la propria formazione musicale.
La scelta di affidare a Vincenzo Vela, uno degli scultori più rinomati dell’epoca, la realizzazione del monumento arrivò direttamente dalla famiglia del musicista, desiderosa di dare al maestro un luogo di sepoltura degno della sua fama. Fino a quel momento, infatti, Donizetti era stato sepolto a Valtesse.
Il risultato fu un monumento alto circa tre metri, realizzato in marmo bianco e marmo grigio. Alla sommità si trova un’esile figura femminile piangente, coronata di stelle e ripiegata su una lira priva di corde, simbolo della fine terrena dell’attività musicale del compositore.
Nella parte mediana si trovano una tastiera scolpita e il ritratto di Gaetano Donizetti, racchiuso in un grande medaglione. Più in basso, sulla fronte del sarcofago, compare una lastra scolpita raffigurante sette putti musicanti in atteggiamento dolente, simbolo delle sette note musicali.
Sul basamento si trova infine l’iscrizione dedicatoria:
«A GAETANO DONIZETTI
TROVATORE FECONDO DI SACRE E PROFANE MELODIE
I FRATELLI GIUSEPPE E FRANCESCO
CON MEMORE AFFETTO DONARONO MDCCCLV»
Una curiosità: sapevate che ci vollero addirittura più di cent’anni per riunire tutti i resti di Donizetti e dargli finalmente una degna sepoltura? Solo nel 1951 la calotta cranica del compositore fu infatti ricongiunta agli altri resti conservati nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Per moltissimo tempo, dunque, la sepoltura che oggi viene ammirata e fotografata da migliaia di visitatori custodì resti incompleti, circostanza di cui ben pochi erano a conoscenza.
Confessionale del Fantoni
Sul lato sud, all’inizio della navata sinistra, si trova uno straordinario confessionale ligneo in stile barocco, intagliato da Andrea Fantoni con incredibile maestria e una straordinaria ricchezza di particolari. È forse una delle opere più celebri dello scultore di Rovetta.
Quando gli venne commissionata l’opera, nel 1704, l’artista si trovava a Venezia. Fu invitato da don Pietro Mazza, canonico della Cattedrale di Sant’Alessandro, a fare ritorno a Bergamo perché desiderava commissionargli alcuni lavori, tra cui proprio un confessionale, destinati a essere donati al vescovo di Bergamo Luigi Ruzzini.
Inizialmente l’opera venne collocata nella chiesa di Sant’Alessandro e, successivamente, a Zandobbio, per poi trovare la sua sistemazione definitiva all’interno della Basilica di Santa Maria Maggiore soltanto nel 1899.
Il confessionale non doveva essere soltanto un’opera artistica, ma anche una vera e propria guida teologica al sacramento della confessione.
Nella parte superiore, l’elemento di maggiore importanza è il globo terracqueo con sette fiamme, raffigurazione del mondo acceso dall’amore portato da Cristo. La colomba, simbolo dello Spirito Santo, è invece collocata sopra il sedile del confessore, all’interno del confessionale.
Tutt’intorno si sviluppa un continuo gioco di allegorie religiose legate alla teologia del sacramento della penitenza e del perdono divino. Il programma iconografico culmina nella raffigurazione di Dio Padre misericordioso, con una scultura posta al vertice dell’opera e le mani aperte in segno di riconciliazione, richiamando il tema biblico del figliol prodigo.
Subito sotto, all’interno di un ovale e in stretta relazione con la raffigurazione superiore, viene mostrato Cristo nell’atto di consegnare le chiavi a san Pietro, evidente richiamo al ruolo della Chiesa e al sacramento della confessione.
Fantoni raffigura inoltre le virtù del confessore e quelle del penitente. Quest’ultimo è rappresentato attraverso due figure collocate ai lati dell’accesso al confessionale. La prima è la “Contrizione”, raffigurata come una donna che regge una croce, simbolo del grande amore divino nei confronti dell’umanità e dello strumento attraverso il quale vengono rimessi i peccati.
La seconda è il “Contemptus mundi”, rappresentato da una figura maschile che schiaccia il globo sotto i propri piedi, simbolo del distacco dalle vanità e dai beni terreni.
Tarsie del Lotto
Non meno prestigiose dal punto di vista artistico sono le celebri tarsie legate all’artista che più di tutti ha illuminato la scena culturale della Bergamo cinquecentesca: Lorenzo Lotto.
Il progetto prevedeva una serie di pannelli con scene tratte soprattutto dall’Antico Testamento, inserite in un complesso percorso simbolico destinato al coro della basilica. Le raffigurazioni si prestavano a diversi livelli di interpretazione, secondo una concezione tipica della cultura medievale e rinascimentale, nella quale alla lettura letterale potevano affiancarsi significati morali, allegorici e anagogici.
La basilica, come stiamo avendo modo di vedere, è un continuo susseguirsi e stratificarsi di concetti, linguaggi e visioni che si modificano nel corso dei secoli e che, nel momento in cui vennero elaborati, rappresentavano alcune delle espressioni più alte della cultura del proprio tempo.
Le tarsie ci offrono proprio uno spaccato della filosofia e dei concetti mistico-religiosi presenti tra Quattrocento e Cinquecento, nel pieno della stagione rinascimentale.
La commissione risale al 1524, quando la Misericordia Maggiore decise di rinnovare il coro della basilica, affidando a Lorenzo Lotto l’ideazione dei disegni destinati alle tarsie.
Alle scene narrative tratte dall’Antico Testamento si affianca un complesso apparato simbolico che rende l’opera un vero e proprio unicum. Alla lettura strettamente teologica si aggiungono infatti riferimenti mistici e neoplatonici e simboli legati alla cultura del tempo.
All’ingresso del coro vengono così collocate alcune tarsie fondamentali per la lettura dell’intero percorso. Lotto gioca continuamente su un piano polisemico, offrendo molteplici chiavi interpretative che potevano essere riconosciute e comprese dalla committenza e dagli osservatori più colti dell’epoca.
Le tarsie furono materialmente intagliate e realizzate da Giovan Francesco Capoferri sulla base dei disegni preparatori di Lorenzo Lotto. Il grande artista veneziano, infatti, realizzò i cartoni e fornì le indicazioni necessarie, ma non si occupò personalmente dell’intaglio del legno.
Se aveste l’opportunità di visitare Bergamo, segnatevi assolutamente questa tappa, perché le tarsie di Santa Maria Maggiore sono davvero una delle opere da non perdere per chiunque sia curioso di conoscere la storia e l’arte della città.
L'Albero della Vita
Sulla parete meridionale, a destra dell’abside, si trova il grande affresco dell’Albero della Vita, realizzato nel XIV secolo.
Nella parte inferiore, tra i santi, è raffigurato un devoto inginocchiato, di dimensioni inferiori rispetto alle altre figure in segno di rispetto. Le sue vesti ne indicano però l’appartenenza a una classe sociale elevata: si tratta del committente dell’opera, come conferma l’iscrizione che ne riporta il nome, Dominus Guidius de Suardis.
L’affresco, che occupa un’intera parete, testimonia il grande potere politico e sociale raggiunto dalla famiglia Suardi in città. La parte superiore è in parte nascosta dal grande dipinto di Pietro Liberi raffigurante il Diluvio universale, realizzato nel 1661.
Accanto all’Albero della Vita, in seguito alla rimozione della tela del Liberi, è stato rinvenuto anche un affresco raffigurante un grande cavaliere a cavallo, identificato con san Giorgio.
Altre scene affrescate mostrano una notevole attenzione ai particolari realistici. Nell’Ultima Cena, per esempio, l’artista cerca di rendere il pensiero e il turbamento di ciascun commensale nel momento in cui Cristo annuncia il tradimento da parte di uno dei presenti.
La tavola, coperta da una tovaglia bianca, presenta diversi elementi dal significato simbolico ed eucaristico, tra cui il pane, le ciliegie, le brocche d’acqua e di vino e il pesce, uno dei più antichi simboli cristiani.
La raffigurazione di sant’Eligio presenta invece una grande precisione e naturalezza nel gesto della ferratura e nella descrizione dell’ambiente di lavoro, mostrandoci il santo in una dimensione quasi quotidiana.
Museo di Santa Maria Maggiore
All’interno della chiesa è presente anche il Museo del Tesoro di Santa Maria Maggiore. È collocato nell’antico matroneo romanico, nella parte superiore della basilica, ed è raggiungibile attraverso una scala.
Al suo interno sono conservati alcuni preziosi oggetti e paramenti liturgici appartenenti alla basilica e alla Congregazione della Misericordia Maggiore, nonché alcune statue realizzate dai maestri campionesi che un tempo facevano parte delle decorazioni esterne della basilica. Queste opere furono successivamente rimosse e sostituite con copie per evitare che l’esposizione agli agenti atmosferici continuasse a danneggiarle.
Alcune delle sculture furono realizzate dal tedesco Hans von Fernach e successivamente inserite nel complesso decorativo legato alla bottega di Giovanni da Campione.
Al centro della sala è esposta, all’interno di una teca, la grande Croce di Andreolo de’ Bianchi, datata 1392, uno degli oggetti di maggior valore conservati nella basilica.
La croce fu rubata il 25 giugno 1973. Nel 1998 furono recuperate alcune delle sue formelle, tra cui quelle raffiguranti i quattro evangelisti, l’Agnus Dei e san Giovanni.
Nella medesima sala sono inoltre esposti preziosi antifonari e graduali miniati, testimonianza della straordinaria ricchezza artistica e liturgica accumulata nel corso dei secoli dalla Basilica di Santa Maria Maggiore.