Nei precedenti articoli abbiamo scoperto le origini delle confraternite, il loro sviluppo nella Bergamo medievale e il ruolo svolto dai Disciplini nella vita religiosa e sociale del territorio. Questa volta il nostro viaggio ci porterà lontano dalla Bergamasca, ma senza abbandonare le nostre radici.
Nel cuore di Roma, infatti, esiste da quasi cinque secoli una confraternita fondata da cittadini bergamaschi che, pur vivendo lontano dalla propria terra d'origine, hanno continuato a mantenere vivo il legame con Bergamo attraverso la fede, la solidarietà e la vita associativa.
La storia dell'Arciconfraternita dei Santi Bartolomeo e Alessandro è fatta di devozione, opere assistenziali, importanti trasformazioni urbanistiche e personaggi illustri. Tra questi spicca Angelo Giuseppe Roncalli, il futuro papa Giovanni XXIII, che nel Novecento fu membro attivo del sodalizio.
Ripercorrere la storia di questa confraternita significa raccontare una pagina poco conosciuta della presenza bergamasca a Roma e comprendere come, anche lontano dalla propria terra, una comunità possa conservare la propria identità attraverso i secoli.
I bergamaschi nella Roma del Rinascimento
Tra la fine del Medioevo e l'età moderna, Roma attirò persone provenienti da ogni parte d'Europa. Ecclesiastici, studenti, funzionari, commercianti, artigiani e pellegrini raggiungevano la città per motivi religiosi, professionali o culturali.
Questa continua presenza di comunità provenienti da territori differenti favorì la nascita di numerose confraternite nazionali, associazioni che riunivano persone accomunate dalla stessa provenienza geografica.
Anche i bergamaschi presenti a Roma sentirono l'esigenza di creare un luogo di incontro che consentisse di mantenere vivi i rapporti con la propria terra d'origine e di offrire sostegno ai corregionali che giungevano nella capitale.
Fu così che nel 1539, grazie all'iniziativa del canonico Giancarlo Tasso, prozio del celebre poeta Torquato Tasso, nacque l'Arciconfraternita dei Santi Bartolomeo e Alessandro.
La nuova istituzione si inserì nel vivace panorama associativo della Roma rinascimentale, una città che stava vivendo una fase di profonda trasformazione dopo il traumatico Sacco del 1527.
Le confraternite svolgevano allora funzioni fondamentali: offrivano assistenza ai poveri, ai malati e ai pellegrini, organizzavano attività religiose e contribuivano a rafforzare i legami tra persone accomunate dalla stessa origine geografica.
L'Arciconfraternita dei Bergamaschi condivise questi obiettivi, diventando ben presto un punto di riferimento per la comunità bergamasca residente nella capitale.
Una confraternita tra Rinascimento e Controriforma
La nascita dell'Arciconfraternita avvenne in un momento particolarmente importante per la storia della Chiesa.
Nei decenni successivi sarebbero infatti maturate le istanze di riforma che portarono al Concilio di Trento (1545-1563) e alla successiva stagione della Controriforma.
La confraternita dei Bergamaschi si sviluppò proprio in questo contesto, condividendo molte delle finalità che caratterizzavano le nuove confraternite dell'età moderna: promozione della vita religiosa, assistenza ai bisognosi, sostegno ai malati e cura della sepoltura dei defunti.
Pur rappresentando una realtà relativamente piccola all'interno della complessa società romana, il sodalizio poté contare su importanti appoggi ecclesiastici e politici.
Tra i sostenitori più influenti figurò il cardinale Girolamo Rusticucci, figura di primo piano durante il pontificato di papa Sisto V e vicino alle attività della confraternita nella seconda metà del XVI secolo.
La chiesa di San Macuto: la prima casa dei Bergamaschi a Roma
Pochi mesi dopo la fondazione della confraternita, il 14 agosto 1539, il Capitolo di San Pietro concesse in uso perpetuo alla Compagnia dei Santi Bartolomeo e Alessandro la chiesa di San Macuto e gli edifici ad essa annessi.
Questo importante riconoscimento offrì ai Bergamaschi una sede stabile nel cuore della capitale pontificia. Dai documenti dell'epoca emerge come la confraternita fosse già pienamente organizzata e attiva, tanto da poter assumere la gestione di un complesso religioso di notevole importanza.
La chiesa di San Macuto si trova ancora oggi a breve distanza da Sant'Ignazio di Loyola e da Palazzo Borromeo. Le sue origini sono molto antiche: le prime attestazioni documentarie risalgono al XII secolo, mentre nei secoli successivi passò sotto diverse giurisdizioni ecclesiastiche fino ad essere affidata ai canonici di San Pietro da papa Leone X nel 1516.
Per quasi due secoli la vita della confraternita si svolse attorno a questo edificio. Qui i soci si riunivano, celebravano le funzioni religiose e organizzavano le attività assistenziali rivolte ai propri corregionali e ai più bisognosi.
Nel corso del Cinquecento la chiesa fu interessata da diversi interventi di restauro e ampliamento. I lavori coinvolsero architetti, muratori, scalpellini e artigiani, testimoniando la volontà della confraternita di dotarsi di una sede sempre più adeguata alle proprie esigenze.
L'ospedale dei Bergamaschi
Uno degli aspetti più significativi dell'attività della confraternita fu la creazione di un ospedale destinato all'assistenza dei malati.
L'iniziativa venne avviata nel 1544 e si inseriva nel più ampio sviluppo delle strutture assistenziali che caratterizzò la Roma rinascimentale. In quegli anni la città vide infatti la nascita di numerosi ospedali promossi da confraternite nazionali e associazioni religiose.
Accanto ai grandi ospedali storici, come Santo Spirito in Sassia e San Giacomo degli Incurabili, sorsero strutture dedicate a specifiche comunità provenienti da diverse regioni e nazioni europee.
Anche i Bergamaschi sentirono la necessità di offrire assistenza ai propri corregionali che si trovavano a Roma senza mezzi economici o senza una rete familiare di sostegno.
L'ospedale della confraternita rappresentava quindi non soltanto un'opera di carità cristiana, ma anche uno strumento concreto di solidarietà tra persone unite dalla stessa origine geografica.
Alla fine del Seicento la struttura disponeva di dieci posti letto, un numero modesto ma significativo per un'istituzione privata sostenuta esclusivamente dalle risorse della confraternita.
Il trasferimento a Santa Maria della Pietà
Dopo quasi due secoli trascorsi a San Macuto, la confraternita fu costretta ad affrontare una delle fasi più difficili della propria storia.
Nel corso del Settecento il vicino Seminario Romano, affidato alla Compagnia di Gesù, manifestò la necessità di ampliare i propri spazi. La presenza della chiesa di San Macuto e degli edifici gestiti dai Bergamaschi divenne progressivamente incompatibile con i progetti di sviluppo dell'istituzione.
I confratelli cercarono a lungo di conservare la propria sede storica, ma la differenza di peso politico tra le due realtà era evidente.
La vicenda si concluse nel 1725 quando papa Benedetto XIII ordinò ufficialmente alla confraternita di lasciare la chiesa di San Macuto e i locali annessi.
L'intervento del vescovo di Bergamo consentì tuttavia di trovare una soluzione alternativa. Alla confraternita venne assegnata la chiesa di Santa Maria della Pietà, situata nei pressi di Piazza Colonna, insieme agli edifici collegati all'antico ospedale che occupava l'area.
Si trattò di un passaggio fondamentale nella storia del sodalizio. Pur dovendo abbandonare la propria sede originaria, i Bergamaschi riuscirono a mantenere una presenza stabile nel centro di Roma.
La nuova sede in Piazza Colonna
Il complesso ricevuto dalla confraternita richiese fin da subito importanti lavori di ristrutturazione.
I Bergamaschi investirono notevoli risorse economiche per adattare gli edifici alle nuove esigenze. Vennero restaurati gli ambienti destinati alla sacrestia, sistemati gli spazi comuni e realizzati interventi per migliorare l'accoglienza dei confratelli e dei pellegrini.
Ben presto si comprese però che una semplice ristrutturazione non sarebbe stata sufficiente. Si decise quindi di realizzare un vasto programma edilizio che trasformò radicalmente l'area.
Tra il 1729 e il 1736 sorse un nuovo complesso comprendente abitazioni, botteghe, locali destinati al Collegio Ceresoli, un nuovo oratorio e una moderna struttura ospedaliera.
L'opera rappresentò uno degli investimenti più importanti nella storia dell'Arciconfraternita e contribuì a consolidarne la presenza nel cuore della città.
L'Ottocento tra difficoltà e trasformazioni
Come molte istituzioni religiose europee, anche l'Arciconfraternita dei Bergamaschi dovette affrontare un periodo particolarmente difficile tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento.
L'arrivo delle truppe napoleoniche a Roma comportò infatti la confisca di numerosi beni ecclesiastici e confraternali. Anche il patrimonio dei Bergamaschi fu coinvolto nelle requisizioni operate dalle autorità francesi.
Tra i beni perduti vi furono alcuni immobili situati tra Piazza Colonna e via di Pietra, che vennero successivamente alienati dal governo francese. Dopo la restaurazione del potere pontificio, la confraternita tentò più volte di ottenere la restituzione delle proprietà confiscate, ma senza successo.
Alle difficoltà patrimoniali si aggiunse un progressivo calo del numero degli iscritti. Per garantire la sopravvivenza dell'istituzione si rese necessario modificare alcuni criteri di ammissione, ampliando la platea dei possibili soci anche a persone legate alla Bergamasca da vincoli familiari più lontani.
Si trattò di una scelta importante, che permise alla confraternita di continuare la propria attività in un contesto profondamente diverso rispetto a quello delle origini.
I restauri tra Ottocento e Novecento
Nonostante le difficoltà economiche, la confraternita continuò a investire nella conservazione della propria sede.
Tra il 1836 e il 1839 vennero realizzati importanti lavori di restauro affidati all'architetto Giuseppe Valadier, una delle figure più prestigiose dell'architettura romana dell'epoca.
Gli interventi interessarono la struttura della chiesa e portarono alla realizzazione di nuove decorazioni pittoriche che contribuirono ad arricchire l'aspetto degli interni.
Ulteriori restauri furono eseguiti tra la fine dell'Ottocento e i primi anni del Novecento. In particolare, nel 1904 si concluse un importante progetto di riqualificazione che interessò la navata, il presbiterio e gli apparati decorativi della chiesa.
Grazie a questi interventi la sede della confraternita riuscì a conservare il proprio prestigio e a mantenere viva la propria funzione religiosa e associativa.
Angelo Giuseppe Roncalli e l'Arciconfraternita
Tra le personalità più importanti legate all'Arciconfraternita dei Bergamaschi spicca senza dubbio Angelo Giuseppe Roncalli, il futuro papa Giovanni XXIII.
Roncalli arrivò a Roma nel 1901 per proseguire gli studi teologici presso il Seminario Romano grazie a una borsa di studio del Collegio Ceresoli, istituzione da sempre collegata alla presenza bergamasca nella capitale.
Durante gli anni trascorsi a Roma ebbe modo di conoscere da vicino la confraternita e di sviluppare un forte legame con essa.
Nel 1921 tornò stabilmente nella capitale per collaborare con la Pontificia Opera della Propagazione della Fede e in quegli anni aderì ufficialmente all'Arciconfraternita, assumendo anche l'incarico di consigliere.
Nel 1925 dovette lasciare il proprio ruolo a seguito della nomina a Visitatore Apostolico in Bulgaria, ma continuò sempre a seguire con affetto le vicende del sodalizio.
Una volta eletto Pontefice con il nome di Giovanni XXIII, mantenne vivo il rapporto con la confraternita e il 13 gennaio 1963 ricevette ufficialmente i soci in udienza, in uno degli incontri più significativi della storia recente dell'associazione.
La rinascita negli anni Ottanta
Dopo un lungo periodo di attività relativamente discreta, gli anni Ottanta del Novecento segnarono una nuova stagione per l'Arciconfraternita.
La dirigenza dell'epoca avviò una profonda riflessione sull'identità e sul futuro dell'associazione, cercando di coniugare la fedeltà alla tradizione con le esigenze della società contemporanea.
Furono promossi importanti lavori di recupero della sede storica e venne elaborato un nuovo statuto che ridefinì le finalità dell'istituzione.
Tra gli obiettivi principali figuravano la promozione della vita associativa, la valorizzazione delle tradizioni bergamasche, il sostegno alla crescita culturale e umana delle persone e il rafforzamento dei legami tra Bergamo e Roma.
In questi anni la confraternita organizzò anche numerose iniziative culturali.
Particolare rilievo ebbero le celebrazioni dedicate al centenario della nascita di papa Giovanni XXIII, che videro la partecipazione di importanti personalità del mondo politico e culturale italiano, tra cui Giulio Andreotti.
Furono inoltre promossi incontri e conferenze dedicate alla storia, all'arte e alla cultura bergamasca, contribuendo a far conoscere nella capitale il patrimonio culturale del territorio d'origine.
La Casa dei Bergamaschi
Uno dei risultati più significativi di questo rinnovamento fu la realizzazione della Casa dei Bergamaschi.
Pensata come luogo di incontro e aggregazione, essa divenne un punto di riferimento per i soci, per i bergamaschi residenti a Roma e per quanti desideravano mantenere un rapporto vivo con la propria terra d'origine.
L'apertura alle nuove generazioni e l'ammissione delle donne come membri a pieno titolo segnarono ulteriori passaggi fondamentali nel percorso di modernizzazione dell'associazione.
Oggi l'Arciconfraternita conta circa duecento iscritti e continua a svolgere la propria attività mantenendo vivo quel legame tra Roma e Bergamo che ne ha caratterizzato la storia fin dalle origini.
Conclusione
La storia dell'Arciconfraternita dei Santi Bartolomeo e Alessandro dimostra come il senso di appartenenza a una comunità possa attraversare i secoli senza perdere la propria forza.
Nata nel cuore della Roma rinascimentale per offrire sostegno ai bergamaschi lontani da casa, la confraternita ha saputo adattarsi ai profondi cambiamenti della storia, superando guerre, trasformazioni politiche e difficoltà economiche.
Ancora oggi essa rappresenta un ponte ideale tra Bergamo e la Città Eterna, custodendo una tradizione che unisce fede, solidarietà, cultura e memoria collettiva.
La sua vicenda ci ricorda come le confraternite non siano soltanto testimonianze del passato, ma realtà capaci di mantenere vivi legami umani e culturali che continuano a dare significato al presente.